SCRITTI CHE FANNO BENE ALL'ANIMA


Se uno di questi scritti ti ha in qualche modo arricchito, non esitare a passarlo a qualcuno a cui potrebbe essere utile, questo si chiama Amore.


Barbara




mercoledì 29 giugno 2011

TRE INSEPARABILI AMICI, di Barbara Ziletti, storia vera




TITOLO: TRE INSEPARABILI AMICI
AUTORE: BARBARA ZILETTI

Quella che vi racconto è la storia vera di alcune persone che hanno contribuito al nostro benessere e soprattutto alla nostra LIBERTA’, mi è stata raccontata da mio nonno.

CENNI STORICI
L’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914 ad opera dello studente serbo Gavilo Princip costò la vita all’arciduca ed erede al trono asburgico, Francesco Ferdinando e a sua moglie Sofia, fu la minaccia che fece esplodere la prima guerra mondiale. Austria e Germania il 28 luglio del 1914 dichiararono guerra alla Serbia scatenando l’inferno in Europa. La Francia a sua volta dichiarò guerra all’Austria e Germania e fu appoggiata dalla Russia e Inghilterra, in seguito all’occupazione tedesca del Belgio.
L’Italia rimase neutrale per circa un anno, fino all’aprile del 1915 a fianco delle forze dell’Intesa, in cambio del riconoscimento del Trentino Alto Adige, Trieste, Istria e Dalmazia. Il conflitto assunse carattere mondiale con l’entrata in guerra del Giappone a fianco dell’Austria e Germania e l’America a fianco dell’Intesa.
Nei primi anni l’Intesa fu molto in difficoltà. Tra il 1917 e il 1918 gli inglesi, italiani, americani e i loro alleati sbaragliarono la resistenza austriaca e tedesca costringendoli alla capitolazione.
Nella prima guerra mondiale persero la vita oltre 37 MILIONI DI PERSONE.







RACCONTO:
Era l’anno 1915 e venivano chiamati alle armi tutti i giovani italiani, a volte fin troppo giovani…
Erano partiti da Visano, BS, tre inseparabili amici ed erano stati inviati per destinazioni diverse.
Uno era mio nonno Secondo, l’altro Mario, benestante visanese e un altro contadino, Giovanni.
Dopo i loro fugaci saluti erano partiti per quella stupida guerra che non sembrava appartenesse a nessuno ma che a tutti interessava.
Prima destinazione: TRINCEA in montagna.
I fischi delle bombe erano assordanti e loro rimanevano accucciati per un tempo che sembrava indefinito, in queste fosse ammuffite, umide e bagnate coperti da un mantello nero di lana con in mano la baionetta.
L’unico vizio di fumare, unica cosa bella in quel momento, attirava il nemico a loro, quindi era severamente vietato.
Continuamente arrivavano ragazzi nuovi, giovanotti inesperti che non avevano sentito mai parlare di guerra.
La cosa orribile era che prima di sferrarli all’attacco ( o meglio mandarli in pasto al nemico) venivano drogati con l’alcool che veniva loro offerto in grande quantità. Ubriachi partivano come dei robot impazziti e crollavano sotto il fuoco nemico, inermi.
La fortuna di Secondo era di essere astemio e per questo fu uno dei pochi a salvarsi.
Fu messo a far parte di un gruppo di soldati in spostamento, ma ogni volta che raggiungevano la loro meta erano attaccati dal nemico.
C’era sicuramente una spia tra loro e per questo motivo nessuno si fidava più dell’altro.
Un giorno, durante la messa celebrata all’aperto, unica speranza rimasta era la preghiera, riconobbe la voce del cantore: era Mario, il suo compaesano nonché amico.
Si incontrarono, con loro c’era anche Giovanni.
Giovanni era molto pallido, magro, era terrorizzato, lui non voleva morire in quella stupida guerra ed aveva molta paura.
Secondo non serbava più alcun sentimento, era diventato arido e nemmeno la paura lo sfiorava, era l’unico modo per sopravvivere.
Raggruppati i tre amici divennero inseparabili.
Fu durante l’attraversamento di un campo minato che Giovanni morì, il suo corpo esplose su una mina e con lui la sua paura di morire.
Gli altri due piansero senza lacrime, avevano visto troppi orrori.
Il prete ad ogni accampamento si fermava ad apparecchiare il banchetto per la messa e fu proprio in una di queste occasioni che venne scoperto.
Sotto il banchetto vi era la radio con cui comunicava al nemico la loro posizione: fu fucilato immediatamente.
Dopo molto tempo si ritrovarono di fronte al mare. Alle loro spalle vi era il nemico e per fuggire non rimaneva altra via che attraversarlo a nuoto.
Erano molti, stanchi e terrorizzati, ma Secondo e Mario resistettero.
Arrivarono gli squali che uccisero tanti loro compagni. Loro continuarono a nuotare senza mai voltarsi, sentendo le grida dei loro amici.
Furono gli unici due a sopravvivere, ancora non si sa come.
Arrivati a riva furono accolti dagli americani che annunciarono che la guerra era finita.
Tornarono a casa e rimasero sempre amici.
La guerra li aveva segnati, soprattutto Secondo, rimase sempre un uomo arido di sentimenti, ma la colpa non era sua…

Grazie a quegli oltre 37 milioni di persone che sono morte per la nostra libertà, inutile sacrificio di molte anime, grazie di cuore.

FINE






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martedì 28 giugno 2011

MERAVIGLIA, di Barbara Ziletti








MERAVIGLIA
Di Barbara Ziletti

Quando la speranza sembra svanire e tutto è avvolto dalle tenebre interiori non può che accadere qualcosa di bello.
Asia era una donna di quarant’anni costretta a tirare le somme della propria vita. Sposata da venti, una figlia grande e ormai indipendente con tanta nostalgia dei bei tempi andati.
Ormai da tempo si era accorta che suo marito Claudio era diventato strano, distaccato, silenzioso e non la cercava più intimamente. Per lei questo era un chiaro segnale che forse avesse un’amante, ma non aveva né il coraggio né la forza di affrontare una simile evenienza e per questo ogni giorno sprofondava sempre di più nel baratro della malattia e della depressione.
Le era stato diagnosticato un cancro al seno da circa un mese e non aveva detto niente a nessuno, nemmeno a lui.
Aveva deciso di non fare nessuna cura, di lasciarsi morire perché tanto si sentiva già morta dentro da tanto tempo e questo avrebbe accelerato solo le cose.
Ma non aveva fatto i conti con la sofferenza che questa malattia le avrebbe procurato.
Sapeva solo che lui, il suo amato Claudio non avrebbe potuto amarla ancora, soprattutto ora che si sentiva una donna a metà. Erano ormai mesi che facevano l’amore raramente e senza magia…quella magia che aveva reso il loro rapporto splendido.
Non ne aveva parlato nemmeno con le sue poche amiche perché sapeva che non avrebbero potuto capire, loro erano sempre state invidiose di quel rapporto tra due anime gemelle e vedere quel rapporto deteriorato, secondo lei, le avrebbe rese felici.
Non aveva detto nulla nemmeno ai genitori e sua sorella perché sapeva che comunque anche a loro non interessava un granchè.
Questa era la sua visione del mondo, un mondo cattivo, un mondo in cui tutto le remava contro, era sola, completamente sola. Non mangiava più, non sorrideva più, piangeva.
Era passato ancora un mese e il suo amato pur vedendo, faceva finta di nulla. Usciva tutte le sere e rientrava a notte tarda e non si parlavano più.
Questa non era vita e per questo motivo aveva iniziato a pensare di farla finita. Decise così di scrivere al suo amato un biglietto di addio spiegandogli anche tutto sulla sua malattia. Se si fosse levata di mezzo prima del tempo non avrebbe disturbato nessuno. Almeno questi erano i suoi pensieri, quello che lei credeva.
Per un gioco del destino, Claudio mentre cercava della biancheria intima nel cassetto, non trovandola aprì il cassetto di lei, quello in cui non aveva mai guardato. Trovò la lettera:
carissimo amato,
ho capito da tempo che tu ami un’altra donna, sicuramente più giovane e più bella di me, d’altronde io non lo sono più, sono ormai sfiorita e tu sei ancora un bell’uomo, molto attraente e piacente. Il tuo sorriso ammalia ancora tante donne e io credo di non essere più al primo posto.
Sono malata, molto malata ma non mi voglio curare: ho un cancro al seno e ho deciso che morirò perché la mia esistenza è diventata un inferno e non ce la faccio più a vivere in un inferno.
Ti ho amato alla follia ma ora ho compreso di averti perso per sempre. Perdonami per questo mio gesto folle ma generoso, ti lascerò completamente libero, così potrai andare dalla tua nuova fiamma.
Perdonami, ti ho amato tanto ma sono stanca di vivere.
Tua per sempre, Asia.
Le lacrime cominciarono a rigargli il viso, poi ad inondarlo e pianse per tanto di quel tempo che la sera era ormai calata.
Prese un foglio e iniziò a scrivere:
mia cara, dolce, meravigliosa amata,
da tanto tempo credevo che tu avessi smesso di amarmi. La stanchezza e la non voglia di vivere si sono impossessati di me e lasciarti sola ogni sera, secondo me, era un dono perché pensavo che la mia presenza ti infastidisse. Gli anni passano, tu sei ancora bella e piacente e io sto invecchiando, credevo che ti meritassi di meglio, ma non avevo il coraggio di lasciarti. Solo sapere che nonostante tutto eri ancora mia era l’unica fonte di luce nella mia vita. Ti aiuterò, ci aiuteremo, ti curerò, con tutto il mio amore.
Insieme ce la faremo e smorzeremo le tenebre che si sono impossessate della nostra anima. Siamo stati due sciocchi a pensare queste cose su di noi, siamo stati sciocchi due volte perché ci siamo allontanati senza parlarci. Ora mia amata ti prendo per mano come se fosse la prima volta, ricominceremo come due giovani amanti e non permetteremo più alla nostra stupidità di interferire. Il mondo non ce l’ha con noi, siamo noi che abbiamo abbandonato il mondo.
Ti amo immensamente, tuo amato Claudio.
Prese il biglietto e lo mise accanto a quello di Asia e lo appoggiò sul tavolo in cucina in modo che quando lei rientrasse lo vedesse subito.
Non appena entrò in casa lo vide subito, lo lesse, rilesse, pianse tante di quelle lacrime che aveva prosciugato ogni liquido del corpo. Lui era lì sulla soglia della porta e nell’assoluto silenzio la abbracciò e la baciò.
Insieme ce la faremo.

FINE




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Barbara Ziletti

lunedì 27 giugno 2011

PER TE

)*(Stazione Celeste)
X TE

Solo tusei l’arteficedel tuo destino,solo tupuoi decidereil tuo futuro,solo tupuoi rendere miglioreo peggiore la tua vita.Nessuno ti giudica,nessuno ti punisce, nessuno ti fa del male,tutto dipende da te.Liberati dall’egoismo, dal desiderio, dalla bramosia del potere,renditi semplice come un bambino, gioca, scherza, sorridie sappi che sei sempre assistito.Non ti manca nulla,non hai bisogno di nullae evita che il desiderio ti impedisca di vivere il tuo presente.Osserva chi ti sta attorno senza giudizio,prendi semplicemente esempio da chi ti stimolae allontanati da chi senti in modo negativo.Non farti influenzare dal tono della voce,ma ascoltale note del tuo cuore.Non esistono ricette per renderti la vita migliore,sei tu che puoi rendere una ricetta migliorea seconda degli ingredienti che utilizzi.Abbi fiducia, fede, sappi che sei sempre assistito,ma non aspettarti mai grandi cose,parti dalle cose semplici.Tu sei una persona importante, la più importante,nessuno è superiore o inferiore a te,ognuno ha il proprio cammino.Se una persona ti appare meravigliosa,non trasformare questo tuo sentire in invidia,ma usalo come esempio.Ci sono persone che osano per aiutare se stesse e gli altri,un giorno anche tu sarai una di queste,oppure lo sai già ma non te ne rendi conto.Scegli le informazioni che ti servono, quelle di cui necessita il tuo cuore,lascia perdere le previsioni apocalittiche, catastrofiche e pensa al tuo presente con AMORE,perché sappi che il tuo pensiero creerà una nuova realtà.C’è sempre un angelo accanto a te, non sei mai solo,tu puoi risvegliarti in qualsiasi momento della tua vita,sappi che quello sarà il momento migliore.Non avere fretta,non fare indigestione di informazioni, arrestati, ascoltati e sappi aspettare,ogni cosa arriva a tempo debito.La pazienza è l’arte del nuovo risveglio,la fede e la fiduciasono strumenti indispensabili.Sappi che sei immensamente amato,sappi che sei la personapiù importante dell’Universo.

Attraverso un Angelo della Stazione Celeste

di Barbara Ziletti

sabato 25 giugno 2011

QUANDO L'AMORE BRUCIA, di Barbara Ziletti






QUANDO L’AMORE BRUCIA
Autore: ZILETTI BARBARA

Elvira era una brava ragazza, fin da bambina il suo sogno era di mettere su famiglia.
Suo padre era morto giovane e sua madre viveva sempre in uno stato depressivo.
Fin dalla sua tenera età si occupava di lei, i ruoli erano invertiti: faceva la madre di sua madre.
Aveva saltato la fase adolescenziale perché doveva occuparsi di mandare avanti la casa, con dei lavoretti saltuari e sottopagati, vivendo di quel poco che bastava per sopravvivere.
Più passavano gli anni più si ripeteva che la sua futura famiglia sarebbe stata numerosa, ma soprattutto felice.
A diciotto anni non aveva ancora incontrato l’amore della sua vita, tutti i ragazzi le sembravano uguali e superficiali e sembravano mirare solo al fatto di portarsela a letto.
Era una bellissima ragazza, e profondamente sensibile, non dimenticava mai che nella sua vita presente e futura c’era la sua mamma-bambina di cui doveva occuparsi.
Era riuscita a frequentare le scuole superiori, con grandi sacrifici da parte di entrambe, e ora era felicemente diplomata.
Aveva trovato un ottimo impiego anche se lo stipendio era basso.
Potevano vivere anche con quel poco, in modo dignitoso.
Un giorno incontrò per caso un ragazzo: fu subito colpo di fulmine.
Era molto alto, bello, muscoloso, insomma le piacque da subito.
Pensava continuamente a lui, ma non sapeva come fare per raggiungerlo, non sapeva dove vivesse.
Conosceva solo il suo nome: Pietro.
In quel periodo divenne sempre più triste perché sentiva per lui un’attrazione indescrivibile, ma non lo aveva più incontrato.
Un giorno se lo ritrovò davanti alla porta e la stava aspettando.
Per lei fu una sorpresa bellissima.
Iniziò così il periodo più felice della sua vita. Il corteggiamento, le passeggiate, fare l’amore, era tutto bellissimo, proprio come se l’era immaginato.
Arrivò anche il giorno delle nozze.
Avevano affittato una piccola casetta, in periferia, modesta ma accogliente.
Fu allora che Pietro iniziò a cambiare, o forse a divenire ciò che era veramente, si rivelò un uomo violento e aggressivo.
Il suo sogno di una vita si stava trasformando in un tremendo incubo.
Era terrorizzata da lui e subiva senza mai ribellarsi.
Non aveva mai detto nulla alla madre, in senso di protezione nei suoi confronti, e forse perché si vergognava.
Pietro beveva come una spugna e la tradiva costantemente.
Il castello di sogni che si era creata fin da bambina stava crollando, pezzo per pezzo.
Cosa poteva fare? Aveva riversato tutto quello che poteva verso quell’uomo e si rendeva conto che era solo… un uomo!
Raccolse tutto il coraggio che aveva nel cuore e decise di andarsene.
Se ne andò in Germania, dove aveva dei parenti di mamma e lì vi rimase per molti anni.
Nel frattempo la mamma l’aveva raggiunta perché nonostante il loro rapporto fosse burrascoso non riuscivano a vivere separate.
Venne a sapere che Pietro si era “rifatto” una vita con un’altra donna e che questa stava subendo ciò che lei aveva già subito.
Si limitava a lavorare e stare col suo bimbo.
Quando se ne era andata era incinta ma non lo aveva mai detto al marito che non lo scoprì mai.
Aveva iniziato a frequentare un uomo, anche se il suo cuore faticava ad aprirsi poiché era già stato spezzato.
Dopo molto tempo che si frequentavano andarono a convivere.
Jona, aveva una fattoria e lì si trovavano benissimo.
Non era un grande amore, ma si volevano bene.
Il bambino cresceva sereno e la vita scorreva tranquilla.
Più che vivere sopravviveva.
Un giorno iniziò a stare male e si ammalò. Non che avesse qualcosa di grave, ma ogni giorno aveva qualcosa che le impediva di svolgere le sue mansioni quotidiane.
Il tempo trascorso nel letto la aiutò a riflettere su se stessa e sulla sua vita.
Sul fatto che aveva programmato tutto fin da bambina e che le cose non erano mai andate come lei avrebbe voluto.
Si rese così conto di non avere mai vissuto veramente.
Decise che si sarebbe data da fare per assaporare ogni istante della propria vita, con le cose positive e quelle negative.
Iniziò a comprendere che aveva il sostegno di Dio e che nessun uomo poteva sostituirlo.
Amando Dio aveva imparato ad amare se stessa ed avere più fiducia negli altri.
Frequentò l’università e si laureò in lettere. Divenne un’insegnante e soprattutto iniziò ad assaporare la vita.
Si rese conto che amava profondamente il suo compagno e lui le aveva dato l’opportunità di rinascere, ma soprattutto che Dio glielo aveva messo accanto e non l’aveva mai abbandonata.
Non è mai troppo tardi per rinascere!

FINE






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barbara ziletti

venerdì 24 giugno 2011

IL SASSO, di Barbara Ziletti








TITOLO:IL SASSO
AUTORE: BARBARA ZILETTI

ANNO 2033, un bambino di nome Arcobaleno passeggiava tranquillo sulla spiaggia, osservando incantato le onde del mare infrangersi a riva.
Pensava a quanti maestri, quanti guru, quanti santoni ci fossero in giro per le strade.
Tutti conoscevano tutto dell’Universo, ognuno con una risposta propria, un’interpretazione personale…non ce n’era una uguale all’altra.
Chi prevedeva cataclismi, fenomeni naturali, chi la fine del mondo, l’arrivo degli extra terrestri, chi parlava con Angeli e Spiriti meravigliosi…insomma ognuno di loro poteva prevedere e contattare l’arrivo di altri esseri.
Si chiedeva come fosse possibile, gli sarebbe piaciuto un sacco poterlo fare anche lui.
Ci aveva provato in mille modi, senza nessun risultato.
Non aveva parlato proprio con nessuno di questi esseri!
Era molto arrabbiato perché sembrava una pratica che chiunque potesse fare, ma non lui!
Questo fatto lo irritava molto, perché era consapevole di appartenere ad una nuova generazione di bambini “speciali”, i bambini che avevano dentro di se il grande dono dell’Amore.
In lui c’era qualcosa che non andava…
Lui voleva contattare ad ogni costo gli Esseri di Luce ed ogni giorno si esercitava per questo.
Trascorreva in meditazione la maggior parte del tempo, ma sentiva solo un grande vuoto…non vedeva nulla, evidentemente non era adatto per compiere il suo destino di bambino tanto speciale.
Sulla spiaggia un sasso dalla forma di cuore attirò la sua attenzione…
Lo osservò ed iniziò a parlargli, come se fosse stata una persona.
“Caro sasso, tu che vivi da molti secoli, che hai visto tante cose nel mondo, mi spieghi perché non riesco a visualizzare gli Esseri di Luce?”.
Il sasso con una dolcezza indescrivibile rispose: “Caro Arcobaleno, tu cerchi, cerchi, cerchi ma non ti soffermi ad osservare…in questo mondo in cui tutti vogliono fare i maestri di tutto ti sei lasciato sfuggire la cosa essenziale: l’Amore per te stesso….
Voi insegnate l’Amore senza praticarlo.
Cercate di contattare mondi superiori, senza rendervi conto che anche un sasso possa parlare.
Io sono un elemento di Madre Terra e come tutti i suoi elementi siamo come lei perché siamo una parte di lei.
Tu, io, tutto il mondo è parte di lei e lei è parte di Dio, tutti insieme formiamo l’Universo.
Io non sono un Essere di Luce, ma un semplice sasso.
Tu non sei un maestro degli uomini ma un Maestro di te stesso!
Devi smetterla di affannarti a cercare, a contattare il mondo spirituale perché hai tutto ciò già dentro di te.
Fermati, arrestata la tua affannosa ricerca ed ascolta.
Ascolta la voce del silenzio, essa è sacra!
Il grande Vuoto è la risposta ad ogni tua domanda.
Quando avrai sedato la tua mente ed ascolterai il silenzio, tutto ciò che accadrà attorno a te non ti toccherà minimamente, osserverai semplicemente in silenzio, senza giudizio.
Tutto in assoluto Amore e rispetto.
Io sono un semplice sasso, mai nessuno si ferma a parlare con me, per questo ti ringrazio, perché oggi mi hai reso felice.
Erano millenni che ero qui in attesa che un umano si fermasse per parlare con me.
Oggi il mio scopo è stato raggiunto e sono libero di ritornare ad essere ciò che ero un tempo…
D’un tratto il sasso si trasformò in un bellissimo Angelo dalle ali dorate, si sollevò nel cielo e volò via.

FINE








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Barbara Ziletti




giovedì 23 giugno 2011

LA SOLITUDINE, di Barbara Ziletti








TITOLO:LA SOLITUDINE
AUTORE: BARBARA ZILETTI

Elda era una signora sulla sessantina, vedova da dieci anni e senza figli si era ormai abituata alla solitudine.
Viveva ogni giorno in modo combattivo, nel senso che per lei riuscire ad affrontare una giornata da sola era come andare in battaglia.
Dati i suoi innumerevoli acciacchi non poteva spostarsi come voleva e col tempo aveva imparato, o quasi, a stare sola.
Il suo più grande dilemma era come fare per riuscire a far trascorrere il tempo, inesorabile nemico che rendeva le sue giornate interminabili.
Aveva imparato ad inventarsi molti hobbies, ma nessuno gli dava soddisfazione.
Nel suo raccoglimento aveva iniziato a soffrire, finchè un giorno qualcosa le fece cambiare modo di osservare la vita..
Era inverno, fuori la neve aveva invaso ogni spazio e tutto ciò che poteva essere intravisto era bianco. Faceva molto freddo ed era accucciata sulla sua comoda poltrona a sferruzzare una coperta.
Sentì un gridolino sommesso provenire dalla porta.
Non sapeva chi potesse essere dato che le visite erano rare, perdipiù con un tempo simile!
Si avviò lentamente, nelle sue calde pantofole e provò a sbirciare dal vetro della porta, ma non vide nulla.
Si stava girando per ritornare nella sua poltrona, quando di nuovo udì quel gridolino.
Si decise ad aprire e una folata di vento gelido le scompigliò i bianchi capelli.
In basso, rannicchiato per terra tutto tremante vi era un cucciolo di cane, evidentemente abbandonato da qualche malaugurata persona.
Provò una tenerezza indescrivibile per la povera creatura e subito la prese con se in braccio.
Corse ad asciugargli il pelo folto e bianco, un po’ infangato e lo avvolse in una calda coperta di lana. Si diresse in cucina e fece scaldare una ciotola di latte.
La povera creatura se ne nutrì avidamente e sprofondò in un sonno letargico.
Rimase ore a fissare la povera bestiola ed era preoccupata che questo piccolo cambiamento potesse scombinare la sua routine quotidiana.
Poi si fermò un attimo a riflettere. Se Dio aveva permesso che giungesse da lei un motivo ci doveva pur essere.
Quella notte se lo portò in camera e lo fece sdraiare in fondo ai suoi piedi, era anche comodo come “scaldapiedi”.
Sorrise all’idea e si addormentò.
Il mattino il cagnolino si era messo a leccarle il viso tutto eccitato, ma aveva un raffreddore spaventoso.
Elda si rese conto che aveva bisogno di cure, ma come poteva fare?
Si recò in salotto dove teneva la sua guida telefonica ed iniziò a sfogliare per cercare un veterinario.
Chiamò il primo dell’elenco, dopotutto non aveva preferenze poiché non conosceva nessuno di essi.
Compose il numero ed una voce dolce rispose.
Si accordarono sull’orario, sarebbe giunto nel pomeriggio.
Era molto agitata, non era più abituata a ricevere visite e ciò la turbava non poco, era quasi affezionata alla sua routine quotidiana.
Giunto l’orario sentì suonare il campanello, andò ad aprire e si trovò davanti un uomo della sua età, con la pelle abbronzata e i capelli bianchi, candidi come la neve ed un sorriso rassicurante.
Si vergognò un poco, data la sua età le sembrava sciocco provare simili sensazioni, ma era più forte di lei.
Lo fece entrare, lo accompagnò dal cucciolo che visitò con cura.
-Non si preoccupi signora, è solo un raffreddore, qualche giorno di riposo e tutto passerà.
-Per fortuna, sa non è mio, l’ho trovato sulla porta, probabilmente lo hanno abbandonato, oppure si è perso.
L’uomo sembrava non volersene andare, così la donna esitante chiese:
-Lo gradirebbe un caffè caldo?
Era molto agitata, in realtà era combattuta sul fatto che desiderava che se ne andasse e nello stesso tempo che rimanesse.
-Grazie, lo prendo volentieri.
Si recarono in cucina.
-Lei vive da sola?
-Si, sa sono vedova..
-Anche io sono vedovo, mi dica come si chiama?
Era imbarazzata come una ragazza al primo appuntamento ma sapeva che doveva rispondere.
-Il mio nome è Elda e il suo?
-Elda, come la mia povera moglie. Il mio è Giovanni.
-Che buffo, anche il mio defunto marito si chiamava così.
Si misero a ridere per la strana combinazione che il destino aveva posto sul loro sentiero.
Iniziarono a conversare tranquillamente, con una miriade di argomenti da trattare e si fece sera e nemmeno se ne accorsero.
-Ma lei non deve lavorare?
Chiese Elda.
-Veramente no, io sono in pensione.
-Ma come? Mi dispiace se sapevo non l’avrei chiamata.
-Non si preoccupi, sapevo che se avesse chiamato qualcun altro non sarebbe mai uscito, dato il maltempo. Inoltre la sua voce mi ha incuriosito così ho deciso di accettare ed eccomi!
-Come è stato gentile. Però io sono una povera vecchia e sarà sicuramente rimasto deluso.
-Per la verità no. L’altra sera era la notte di Natale ed ho espresso il desiderio di conoscere una persona speciale. Il giorno dopo ho ricevuto la sua telefonata, ed eccomi qui.
Fu in quel momento che capirono che il cucciolo bianco e morbido era stato mandato dal cielo come regalo di Natale per entrambi e ne sorrisero felici…



FI NE




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Barbara Ziletti

mercoledì 22 giugno 2011

CAPITANO DI CORVETTA MARCELLA LUCY, di Barbara Ziletti








TITOLO:
CAPITANO DI CORVETTA MARCELLA LUCY
AUTORE: BARBARA ZILETTI

Una ragazza minuta, bassa di statura, capelli corti scuri e un visino normale, non bellissima ma fine.
Questa è Marcella Lucy, 22 anni americana.
Il suo sogno, da sempre, era quello di entrare a far parte della Marina Americana, non come semplice cadetto, lei voleva diventare capitano di corvetta.
Quante volte si ripeteva all’infinito, sognante:
“Capitano di corvetta Marcella Lucy”, come le piaceva quell’appellativo.
Il forte carisma per assolvere tale ruolo lo possedeva, lo dimostrava il fatto che viveva già da sola, riuscendo a mantenersi decorosamente, lavorando tantissime ore in un pub.
I suoi genitori erano morti quando lei aveva appena compiuto 18 anni e non aveva nessun parente.
Si era data da fare nonostante il dolore per la perdita, il lavoro e la stanchezza l’avevano aiutata a non pensare.
Aveva risparmiato tutto quello che poteva per la scuola di marina, consapevole del fatto che sarebbe riuscita a realizzare il suo sogno, un desiderio così intenso non poteva che avverarsi.
Era davanti alla grande porta della caserma, emozionata, con il cuore in gola.
Non appena entrò, in quell’ambiente così freddo e ostile, si sentì subito a proprio agio.
Non aveva mai avuto bisogno di circondarsi di molti oggetti, anche in casa sua c’era il minimo indispensabile per vivere.
Qui era proprio come a casa sua.
Si diresse nella sala arruolamento, in cui era seduto ad una vecchia scrivania un ufficiale circa sui sessanta anni, in divisa, era lui che gestiva tutto.
Gli rivolse un timido sorriso.
-Cosa stai cercando ragazzina?
L’aveva chiamata così perché nonostante i suoi 22 anni ne dimostrava al massimo 16.
-Sono venuta per arruolarmi.
L’ufficiale scoppiò in una fragorosa risata.
-Ritorna quando sarai maggiorenne!
-Signore, io ho 22 anni.
Si fece subito serio e dopo averle chiesto un documento la squadrò da capo a piedi.
-Sembri una ragazzina, ma di carattere tosto!
Bene! Sei arruolata!
E così dicendo stampò un bel timbro su di un foglio.
-Ora vai nella stanza accanto e ti spiegheranno tutto.
Non poteva crederci! Sembrava tutto così semplice.
Per anni aveva immaginato quel momento e ora si era avverato.
Era felicissima. Si diresse nella stanza accanto come se avesse in mano il tesoro più prezioso del mondo.
Un ragazzo in divisa da marinaio le chiese:
-Qual è il suo nome signora?
-Capitano di corvetta Marcella Lucy signore!
Subito si rese conto di essersi attribuita un appellativo che non le apparteneva ancora e si corresse:
-Marcella Lucy signore! Spero di diventare capitano di corvetta.
-Bene signora, lo vedremo. Qui c’è una lista con tutto l’occorrente, la scuola si svolgerà sulla nave sottomarino “La Rosa Rossa” che salperà domattina alle sei.
Se lei mancherà perderà questa occasione. Ci rivedremo a bordo signora!
Corse fuori leggera come un colibrì, al settimo cielo, aveva solo una giornata per preparare il suo bagaglio e congedarsi dal lavoro ma ce l’avrebbe fatta.
Erano le tre del mattino ed era già seduta davanti alla nave.
Era immensa, magnifica, le sembrava un capolavoro di immane bellezza.
Già se la immaginava come casa sua, il suo nido.
Avrebbe girato il mondo libera come l’aria ed avrebbe diretto tutto il suo equipaggio!
Ce l’avrebbe fatta, lo desiderava con ogni cellula del corpo.
Erano quasi le sei e il porto era affollato da centinaia di marinai in divisa e altrettanti civili.
Un ufficiale si presentò al ponte della nave annunciando che li avrebbe fatti salire uno ad uno chiamandoli per nome in ordine alfabetico.
Quando ebbe terminato si rese conto di essere l’unica donna sulla nave, era un po’ spaventata ma era certa che ce l’avrebbe fatta, infatti il suo carisma era prettamente maschile.
Fu assegnata ad una cabina in cui era sola, ovviamente.
L’ostilità che si presentò da subito la fece vacillare un po’ e nonostante venisse additata ovunque, la sua determinazione era tale da trasmetterle una grande forza.
Si aspettava uno speciale addestramento, invece fu destinata nella cucina, la zona più reclusa dell’intero sottomarino che nel frattempo si era immerso nella profondità dell’oceano.
Almeno la metà delle reclute soffriva il mal di mare, invece lei sembrava esserci nata, il mare era il suo elemento naturale, anzi, più passava il tempo più si sentiva meglio.
Questo era già un primo grande passo.
Lavorava molto, ma era abituata, e col tempo i suoi colleghi avevano imparato a non diffidare più di lei, anzi la ammiravano molto.
La sera crollava stanchissima nella sua branda senza che nessuno se ne potesse accorgere.
L’ufficiale che la seguiva di nascosto non potè non notare la sua grande forza di volontà.
Dopo tre mesi nelle cucine venne chiamata nella sala comandi e le fu spiegato tutto, era una specie di esame.
Il marinaio che l’aveva in carico si stupì quando lei ripetè per filo e per segno tutto ciò che le era appena stato riferito.
Aveva un’ottima memoria, inoltre da quando era piccola non faceva che sfogliare riviste sul genere e non impiegò molto tempo ad apprendere ogni nozione.
Anche qui all’inizio fu accolta con molta ostilità, ma le sue doti e la sua volontà non potevano che conquistare di nuovo i suoi colleghi.
Trascorse qui in sala comandi sei mesi.
Erano nove mesi che la nave non attraccava ad un porto.
Molti suoi colleghi erano tristi e depressi e si accingevano a tornare a casa, lei no, non aveva nulla da perdere, nessuno la attendeva, ormai questa era la sua casa.
Con il passare dei mesi imparò ogni cosa, conosceva ogni angolo della nave e l’addestramento volgeva al termine.
L’ultimo giorno fu chiamata dal capitano che le annunciò che se ne andava in pensione e per questo motivo doveva scegliere un nuovo capitano.
Fu così che le annunciò:
-Lei è stata nominata capitano di corvetta!
La felicità era infinita, era riuscita a raggiungere il suo scopo, con la tenacia e la volontà.
Era stata fortunata perché fin da piccola sapeva cosa avrebbe fatto, la sua Anima lo ricordava.
Aveva sposato il suo lavoro, il suo cuore era per esso.
Molte persona dotate di queste grandi capacità scelgono di dedicare la loro vita per un lavoro che considerano una missione, naturalmente spesso ciò preclude la possibilità di costruirsi una famiglia, ma sono felici così.
In fondo noi tutti siamo un po’ “capitani di corvetta” e le nostre navi sono le nostre famiglie!

FINE








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Barbara Ziletti

martedì 21 giugno 2011

PASSEGGIATA NEL BOSCO, di Barbara Ziletti






PASSEGGIATA NEL BOSCO
DI Barbara Ziletti

Irene era una ragazza di 25 anni, amante della natura. Aveva deciso di trascorrere le vacanze estive in solitudine, anche se per lei sarebbe stato molto difficile. Era abituata a frequentare i locali notturni, fra molta gente.
Faceva la ballerina di lap-dance. Aveva un fisico stupefacente ed una bellezza indescrivibile, di cui ne aveva fatto una professione.
Col passare del tempo quella vita a contatto con uomini riprovevoli l’aveva stancata. Aveva bisogno di una pausa.
Sua zia aveva una casetta in montagna, ma non aveva la benché minima idea come fosse ridotta, erano anni che più nessuno vi si recava.
Pensò che quello sarebbe stato il luogo ideale per fare ordine nella sua vita.
Aveva ricevuto molte proposte da tanti uomini, ma non sapeva quale potesse essere considerata veramente seria.
Non si era mai concessa sessualmente se non per amore, si limitava ad esibire il proprio corpo. All’inizio l’idea di essere pagata per essere ammirata l’aveva allettata, ma ora iniziava a sentire la mancanza di una vita equilibrata.
Era stanca di uscire di notte e dormire di giorno, di non avere tempo di coltivare amicizie, di non avere una relazione seria da anni.
Era arrivata al punto da odiare la sua stessa bellezza. Se fosse stata brutta la sua vita sarebbe stata “più normale”.
Fu così che riempì il suo zaino e salì sull’autobus, decisa a lanciarsi nell’avventura della montagna.
Dopo molte ore di viaggio raggiunse il paesello.
Si diresse verso un gruppo di case. Suonò il primo campanello e una vecchia signora dalla pelle molto arrossata le chiese cosa volesse.
Si fece spiegare dove era la casetta.
Dopo alcune ore di cammino la trovò. Era decisamente malandata.
Le erbacce erano dappertutto. Quando entrò l’ambiente non era male, aveva solo bisogno di essere ripulito.
I mobili essenziali fornivano quel calore necessario ad un focolare domestico. In una cassapanca di legno trovò addirittura delle lenzuola pulite e delle stoviglie.
Era troppo stanca per darsi da fare. Si limitò a preparare il letto e si addormentò avvolta da una calda coperta di lana.
Trascorse serenamente tutta la notte dormendo.
Il mattino i raggi del sole filtravano attraverso la finestra.
Si svegliò, era appena passata l’alba. Uscì a rinfrescarsi alla fontana: l’acqua era decisamente ghiacciata.
Per prima cosa sarebbe andata in cerca di un po’ di legna per il camino, poi avrebbe provveduto alla sistemazione della baita.
Le provviste le aveva comprate prima di partire. Quella mattina divorò fette biscottate e marmellata. Dopo circa un’ora stava girovagando per il bosco lasciando dei nastrini attorno al tronco degli alberi per evitare di perdersi.
Aveva trovato una giara accanto al camino e ora l’aveva quasi riempita di legna. Rientrò alla baita assaporando i profumi del bosco, era una sensazione meravigliosa che non si era mai data il tempo di assaporare prima di allora.
Trascorse tutta la giornata a riassettare la casa: aveva decisamente fatto un buon lavoro.
Dopo aver mangiato crollò come un sasso, era stanchissima.
L’indomani sarebbe andata al paesello a fare un po’ di provviste.
Fu così che iniziò a cucinare il pane, raccogliere frutti nel bosco con cui faceva delle squisite marmellate. Aveva comprato anche una capretta col suo piccolo che mungeva per avere latte fresco.
Si stava proprio rilassando. La vita di prima non le mancava affatto, iniziò a scrivere, dapprima racconti brevi, poi vere e proprie storie per bambini.
Nel suo girovagare nel bosco aveva imparato ad amare gli esseri che lo popolavano. Un giorno trovò una lince che accudiva i suoi cuccioli. In un ambiente così ostile la povera bestiola avrebbe faticato ad allevarli tutti. Ne prese con se due e li portò a casa. Li svezzò col latte di capra. Col passare del tempo i due divennero amici inseparabili, la seguivano ovunque e la avvertivano di imminenti “pericoli”, erano come dei figli che amava e accudiva.
L’inverno si stava avvicinando e non sapeva come comportarsi. Scese in paese a chiedere consigli e tutti le dissero che rimanere nel bosco con la neve sarebbe stato troppo pericoloso da sola. Però c’era una possibilità: vi era un uomo nel paese, di circa dieci anni più vecchio di lei che faceva la guida alpina, le consigliarono di rivolgersi a lui per un consulto.
Come lo vide l’impressione non fu delle migliori, era sicuramente un bell’uomo, ma la barba folta e i capelli lunghi lasciavano trasparire una aspetto trasandato.
Aveva timore di quest’uomo. Era comunque decisa a chiedere il suo aiuto.
L’uomo la osservò e le confermò che sarebbe andato l’indomani nella sua baita.
Come da accordi iniziò a sistemare la casetta, a ritoccarla e soprattutto a isolarla per l’inverno.
Avevano raccolto molta legna accatastandola vicino alla stalla delle caprette che avevano costruito.
Le linci erano innamorate di questo uomo che parlava pochissimo con gli esseri umani ma molto con gli animali.
Se loro avevano fiducia significava che non aveva nulla da temere.
Trascorsero molti giorni insieme condividendo lo stesso tetto e lentamente iniziarono ad essere amici.
Lui le raccontò di essere rimasto vedovo giovanissimo e non aveva più avuto una donna al suo fianco, lei raccontò del suo trascorso di ballerina.
Quando gli ebbe fatto questa confidenza si aspettò una reazione improvvisa di sdegno, invece l’uomo scoppiò in una fragorosa risata.
Arrivò l’inverno e la loro amicizia stava trasformandosi in qualcosa di più profondo. Trascorrevano ore ed ore a chiacchierare, anche se non avevano ancora fatto l’amore.
Quello di cui vivevano, per ora gli bastava.
L’inverno fu molto freddo, ma Dario sapeva come comportarsi e riuscirono a superarlo dignitosamente.
Fu in una splendida giornata di primavera, sdraiati in un prato di margherite che lui le chiese:
“Vuoi sposarmi?”
E lei rispose:
“Si”.
I loro corpi si unirono solo dopo il matrimonio e continuarono a vivere nella loro oasi d’amore.
I libri di Irene venivano venduti bene ed iniziarono anche a produrre frutti di bosco, raccogliere funghi, fare formaggi, in modo da guadagnare qualche soldo. Il suo trascorso di ballerina faceva ormai parte del passato, certa che non si sarebbe mai pentita della sua scelta.
Ogni esperienza serve nella vita e non sta a noi giudicare se sia giusta o sbagliata, l’importante è il risultato.

FINE




Se desiderate condividere con altri questo scritto lo potete fare non dimenticando di citarmi come autrice e lasciando invariata la forma e il contenuto.
Barbara Ziletti

lunedì 20 giugno 2011

ALMIRA, di Barbara Ziletti






ALMIRA
di Barbara Ziletti




Almira era una donna sui trent’anni, alta, magra, capelli lunghi e castani e occhi verdi come smeraldi. Viveva su un’isoletta di cui era unica proprietaria ed amava restarsene da sola. Coltivava l’ orticello, curava gli animali e ogni tanto prendeva la barchetta e andava sulla terraferma per fare acquisti e vendere i propri lavori di ricamo che fino ad allora le avevano permesso di vivere dignitosamente. Viveva in solitudine per scelta, i suoi genitori erano scomparsi alcuni anni addietro lasciandole questo luogo incantato.
In questo splendido paradiso ci era nata e per nulla al mondo lo avrebbe abbandonato. Adorava il mare e la sua pelle nocciola lo dimostrava. La salsedine le aveva ammorbidito il viso e i capelli.
Non si era mai sentita sola fino ad allora, tutta la compagnia che le serviva era quella dei suoi animali.
Non aveva mai preteso nulla di più dalla vita. Nemmeno l’amore. Era sempre stata convinta che la sua vita sarebbe rimasta così per sempre.
Ma il destino aveva in serbo per lei una bella sorpresa…
Quella mattina il mare era in burrasca e quando capitava anche lei dentro si sentiva agitata. Il suo umore seguiva il flusso delle maree, lei e il mare erano una cosa sola. Ma quella mattina stava peggio del solito.
Oltre ad avere una terribile tosse che le durava da parecchi giorni, si sentiva la febbre. Cercò di alzarsi dal letto e con fatica raggiunse la radio che utilizzava solo per le emergenze.
Non aveva medicinali in casa e la sua situazione peggiorava di ora in ora.
Chiamò la guardia costiera spiegando i fatti ma le venne risposto che non potevano muoversi a causa del mare agitato.
Sarebbe arrivato un medico appena possibile. Tornò a sdraiarsi ed iniziò a delirare per la febbre alta.
Non sapeva da quanto tempo fosse in quelle condizioni, forse ore, giorni. Non aveva più mangiato né bevuto, era debolissima.
Si trovò davanti un uomo abbronzato, capelli scuri, non bellissimo e gracile fisicamente, con gli occhiali spessi.
-Sono il medico, mi sente? Da quanto tempo è in queste condizioni?
-Non lo so, non mi sento bene.
E perse i sensi.
Si risvegliò che era notte, l’uomo era ancora accanto a lei.
-Come si sente? Le chiese
-Mi sembra un po’ meglio, ho tanta fame.
-Le ho preparato una zuppa di cipolle, non c’era altro nella dispensa.
La mangiò avidamente ed iniziò subito a stare meglio.
Fecero così la loro conoscenza.
Scoprì che Albus era separato da alcuni anni e non aveva figli.
Si era trasferito in un paesino sulla costa per andare lontano dalla sua ex moglie che gli faceva continuamente dispetti.
Era bellissimo parlare con qualcuno, soprattutto con lui.. era un piacere che finora si era negata.
Albus si era fermato alcuni giorni finchè Almira non si era ripresa completamente.
-Non capisco Almira come fai a rimanere qui da sola e ti privi del piacere di stare in mezzo agli altri.
D’altro canto questo sembrava proprio un angolo di paradiso…
-Io adoro questa isoletta, ci sono nata e amo stare in solitudine. Comunque non sono proprio sola, ho i miei cani, i gatti, la mucca, i polli, le pecore, non avrei comunque tempo per socializzare.
Dentro di lei però sentiva che quello che stava dicendo non era vero, le mancava la compagnia di esseri umani e forse iniziava a provare qualcosa anche verso di lui.
Cercò di scacciare questi pensieri dalla sua mente ed iniziò a lavorare nell’orto.
Il mare era calmo, la tempesta si era placata ed il suo nuovo amico era pronto a partire.
-Perché non vieni con me? Potresti cercarti una casetta sulla costa.
-Innanzitutto io adoro rimanere qui, inoltre non ho soldi, vivo alla giornata e per me va bene così.
Dentro di lei sentiva che avrebbe voluto gridargli di rimanere, ma era troppo orgogliosa per farlo, trattenne le lacrime e lo salutò.
Il tempo scandiva molto lentamente, non era più spensierata come prima, il suo pensiero andava ad Albus… si era innamorata di quell’uomo, della sua semplicità, della sua dolcezza.
Decise di prendere la barca ed andare a scambiare i suoi ricami con delle sementi.
Mano a mano che si avvicinava alla costa il suo cuore iniziava a battere sempre più velocemente.
Era una sensazione che non aveva mai provato. Quando ebbe terminato le sue trattative chiese di Albus, del dottore del paese e seppe che se ne era andato qualche giorno addietro. La sua ex moglie stava male ed era dovuto andare ad assisterla. La sua delusione fu molto forte e pensò di averlo perduto per sempre. Decise di rintanarsi sulla sua isola e mai più l’avrebbe lasciata. Non avrebbe più permesso a nessuno di farla soffrire, soprattutto ad un uomo!
I giorni trascorrevano ancora più lenti e tristi e sprofondava nella più cupa depressione, finchè un giorno avvistò una barchetta all’orizzonte.
Chi poteva essere?
Quando la figura le fu vicina si accorse che si trattava di Albus.
Accanto a lui c’erano due valigie.
Rimase impietrita.
-Ciao Almira, posso venire a vivere con te?
Non seppe cosa rispondere e rimase a bocca aperta.
Balbettando rispose:
-Certo, certo, ma tua moglie?
-Non ne posso più della mia EX moglie. Mi ha rifilato una bugia, l’ennesima, dicendo di essere gravemente malata, ma era tutta una messa in scena, come al solito! Almira io mi sono accorto di non poter vivere senza di te, ti penso in ogni istante del giorno e della notte.
Il profumo della tua pelle, dei tuoi capelli, la tua dolcezza,.. ti prego dimmi che anche tu provi qualcosa nei miei confronti!
Le lacrime le rigavano il viso scarno.
L’amore era arrivato anche nella sua vita, finalmente.
Nonostante conducesse una vita in rigorosa solitudine, Dio aveva fatto in modo di farle incontrare comunque l’amore e ne era felice. Benedisse quella cattiva influenza.
Si baciarono ed iniziarono la loro vita insieme.
Vivevano di quello che producevano e ogni tanto andavano sulla terraferma per fare dei baratti. Erano sereni e felici, soprattutto quando arrivarono i loro sette figli.
Dovettero decidere di trasferirsi sulla costa, avrebbero tenuto l’isola per le loro vacanze.
Quando Albus le mostrò la villa sulla costa Almira rimase stupefatta: lui era ricco e non glielo aveva mai detto. Lì ci sarebbe stato posto per tutti, anche per gli animali.
Nonostante la ricchezza avrebbero continuato a vivere nella semplicità e nella modestia, a loro non interessavano i soldi.
FINE


Se desiderate condividere con altri questo scritto lo potete fare non dimenticando di citarmi come autrice e lasciando invariata la forma e il contenuto.
Barbara Ziletti

sabato 18 giugno 2011

CHI SONO? di Barbara Ziletti










Questo racconto è stato scritto in questo periodo difficile un po’ per tutti noi. È stato un atto di Amore che ho ricevuto e che ho deciso di condividere con voi tutti.

CHI SONO?
Di Barbara Ziletti

Barbara era seduta sotto la Grande Quercia del villaggio e lo Spirito della Quercia la stava istruendo sul da farsi nella vita.
“Rispondi: chi sei tu?”
Rimase lì per tanti minuti, ore, giorni, ma non saperva…
Ogni sera ritornava nella sua capanna nel bosco senza trovare una risposta soddisfacente.
Chi era? Da dove veniva? Dove stava andando?
Erano ormai molti mesi che si trovava lì a vivere da sola, a contatto con gli Esseri della Natura, con i quali dialogava ormai da quotidianamente; stava frequentando una scuola nel bosco e i suoi insegnanti erano gli Spiriti del Bosco.
Poteva procedere solo se avesse risposto al quesito della Grande Quercia: “Chi sono?”
Mentre mangiava una mela selvatica dal sapore aspro non poteva non pensarci.
Chiese al Grande Spirito della Quercia come avrebbe potuto trovare la risposta e lui le suggerì di addentrarsi nel bosco e scoprirlo.
Prese con se un po’ di provviste, una coperta e si avviò.
Man mano che penetrava la fitta vegetazione la paura si impossessava del suo corpo e della sua mente.
Fu proprio in quel momento, in cui il panico era elevatissimo, che una Cornacchia Grigia le si avvicinò:
“Barbara cara, cosa ti sta accadendo?”
“Ciao Cornacchia. Sai, ho tanta paura, sto entrando in un luogo che non conosco e non so cosa mi aspetta e soprattutto cosa cercare”.
“ Io non credo che tu non sappia cosa cercare, altrimenti non saresti arrivata fin qui. Siediti, riposati e respira”.
Fece subito ciò che la Cornacchia le suggerì.
Di lì a poco riprese ad essere padrona di se stessa.
I suoi battiti si erano stabilizzati e la sudorazione era sparita.
“Questo è ciò che accade quando non si è centrati nel proprio presente. Dimmi, hai saputo trovare una risposta?””No, cara Cornacchia, so solo che sono arrivata su questa Terra ma ne ignoro il motivo”.
“Ci deve pur essere un motivo per il quale tu sei qui. Non potrebbe che hai semplicemente deciso di esserci?”
“Si, ma chi sono?”
“Io so di essere una Cornacchia, ma questo è solo un nome, in realtà dentro di me c’è uno spirito saggio. Tu non credi di essere saggia? Facciamo così, entra nella foresta e quando ritornerai sarò qui ad attenderti”.
“Perché non vieni con me? Mi faresti compagnia”.
“Chi viaggia alla ricerca di se deve essere assolutamente solo, perché solo quando è con se stesso ritrova se stesso.”
“Ti ringrazio e ti rendo grazie”.
E così si addentrò ancora più all’interno del bosco.
Stava calando la sera e ovunque l’oscurità la faceva da padrona.
Accese un fuoco, mangiò qualcosa di caldo e si sdraiò riparandosi con la coperta.
Nel bel mezzo della notte un rumore la sorprese: aprì gli occhi e si rese conto di essere circondata da un branco di lupi selvaggi.
Si impaurì molto, i loro occhi erano impenetrabili, ma subito si accorse che c’era in loro qualcosa di “strano”.
Il più anziano, quello bianco di pelo le si avvicinò con fare tranquillo:
“Ciao Barbara, sono Lupo Bianco, benvenuta. Sappiamo che sei alla ricerca di una risposta e desideriamo parlare un po’ con te.”
Proprio in quel momento un altro lupo le porse della frutta che si apprestò a mangiare avidamente.
“Ditemi, cosa vorreste sapere?”
“Vorremmo sapere quanti lupi ci sono ancora tra il vostro popolo, ci stiamo cercando ormai da tempo per riunirci e stare insieme”.
“Da noi ci sono molti lupi che col passare del tempo si sono addomesticati e li chiamiamo Cani.
Non credo che saprebbero vivere allo stato brado, non saprebbero procurarsi il cibo.”
“Noi sentiamo che il loro spirito ci contatta e sentiamo anche che pur essendo fieri di servire il popolo degli umani non sono felici, molti di loro vengono maltrattati”.
“E’ vero, purtroppo, ma non tutti gli umani sono così. C’è anche chi onora la loro presenza e li ama”.
“Secondo te perché sono tristi?”
“Secondo me sono tristi perché l’uomo è triste e loro assorbono questa tristezza”.
“Di cosa ha bisogno l’uomo per non essere più triste?”
“Forse sapere chi è?”
“Non lo so, dimmelo tu”.
“Si, ma io non so chi sono”.
“Allora prosegui, scoprilo anche per noi, così libererai anche il popolo dei Lupi Domestici”.
L’animale fece un inchino e tutti gli altri lo imitarono.
Barbara fece lo stesso e si congedarono.
Ormai non avrebbe più ripreso sonno e comunque si sentiva carica di energia.
Raccolse le sue poche cose e si recò verso un ruscello.
Si lavò da capo a piedi.
Rimanere nell’acqua le dava sollievo: si lasciò cullare con la testa appoggiata ad un tronco.
Arrivò un banco di pesci, dai mille colori, la circondarono e il loro riflesso la fece divenire come loro.
“Ciao Barbara, siamo il popolo dei pesci”.
Parlarono tutti all’unisono creando un’unica armonia di voce.
“Stiamo rilasciando energia positiva per il tuo corpo, la senti?”
In effetti stava proprio bene, si sentiva tranquilla e appagata.
“Vi ringrazio Pesci, Namastè”.
“Vorremmo chiederti una cosa…”
“Ditemi pure”.
“Noi sentiamo che i nostri fratelli Pesci sono tristi per colpa di voi umani, puoi spiegarci cosa sta accadendo?”
“Certamente. L’uomo sta inquinando l’acqua e non rende onore al popolo dei Pesci quando se ne nutre, non offrendo ringraziamento”.
“Perché l’uomo sta facendo tutto questo?”
“Credo per i soldi”.
“Cosa sono questi soldi?”
“Sono una merce di scambio per la quale farebbero qualsiasi cosa”.
“Ma questi soldi cosa hanno di speciale?”
“L’essere umano ne cerca sempre più e più ne ha più ne vorrebbe, farebbe di tutto, compreso inquinare l’acqua, la terra e l’aria”.
“Puoi portare un messaggio per noi?”
“Certamente”.
“Uomo, onora la nostra specie perché solo così onorerai te stesso e il paradiso sul quale appoggi i piedi ogni istante della tua vita terrena”.
“Lo farò senz’altro. Vi benedico e vi ringrazio Pesci. Namastè”.
“Namastè a te”.
Formarono un arcobaleno a forma di fiore nell’acqua e se ne andarono.
Il suo dilemma non era ancora risolto.
Si vestì e ripartì per il suo viaggio.
La vegetazione era talmente fitta che doveva proseguire molto lentamente, altrimenti avrebbe rischiato di perdere un occhio con gli arbusti che continuavano a frustarle il viso.
Ad un certo punto il verde divenne impenetrabile.
Si sedette per terra ed attese addormentandosi.
Si svegliò a notte fonda circondata da innumerevoli lucciole dorate, stavano arrivando da ogni direzione tanto che ad un certo punto le sembrò fosse tutto illuminato a giorno.
Le piante iniziarono a spostarsi creando un varco.
Vi entrò e seguì il sentiero che man mano veniva spianato.
Si trovò ancora una volta davanti ad un albero, non ne aveva mai visto uno simile.
Oltre ad essere immenso era formato da un groviglio di rami intrecciati, anzi ingarbugliati l’uno all’altro.
“Ciao Barbara, benvenuta, sono il Supremo Spirito dell’Albero Ingurb, sono l’Anima del Bosco”.
“Che onore per me incontrarti”.
Si inginocchiò in uno splendido e dolce inchino.
“Alzati, te ne prego, vieni, avvicinati, mi è stato detto che sei in cerca di una risposta”.
“Si, lo sono”.
“Quale sarebbe la domanda?”
“Chi sono io?”
“Chi credi di essere?”
“Sono Barbara, un essere umano arrivato su questa Terra”.
“Tu sei molto altro, pensaci”:
“Sono una mamma, una moglie, una figlia, una sorella, un’amica, un’anima in cammino..”
“Che altro?”
Barbara scoppiò a piangere, i suoi singhiozzi rimbombavano attorno a lei.
“Perché piangi?”
“Perché mi sento triste e sola”.
“Tu non sei sola, nemmeno triste, hai solo scoperto qualcosa…”
“Solo ora, dopo avere viaggiato così a lungo, dopo avere visitato tanti luoghi, dopo avere vissuto sola dentro a me stessa, mi rendo conto di essere la persona che gli altri vogliono che sia, e ciò mi rende molto triste”.
“Chi vorresti essere?”
“Vorrei essere semplicemente me stessa, vorrei essere accettata anche se non sono come gli altri vorrebbero”.
“Tu semplicemente SEI. Ora che hai scoperto cosa ti rende tanto triste, cosa ne dici di lasciare andare questo fardello e ricominciare a vivere veramente?”
“Cosa intendi?”
“Barbara, la vecchia Barbara oggi è morta e la nuova Barbara ha preso il suo posto, ora non ti rimane che essere chi sei veramente: un’anima libera! Renditi libera dalla schiavitù, dalle catene energetiche che ti hanno procurato tanto dolore. Ritorna tra i tuoi simili e sii chi sei. Chi non ti accetterà proseguirà il proprio cammino da solo, chi ti ama e ti accetta comunque tu sarai, resta con te. Non importa che esperienze deciderai di intraprendere, non vi è alcun giudizio in questo, ciò che conta è che tu sei libera e sei responsabile solo di te stessa! Nessuno potrà portare il tuo fardello, potrai incontrare qualcuno che ti accompagnerà mentre tu lo fai, ma mai nessuno si sostituirà a te. Non hai più bisogno di cercare, tu hai già la risposta. Chi sei?”
“Sono Barbara, semplicemente Barbara”.

FINE

Se hai gradito questo racconto non esitare a diffonderlo, a passarlo a qualcuno che conosci, a qualcuno a cui potrebbe servire.
Fallo gratuitamente e citami come fonte, grazie, namastè, che significa “mi inchino davanti a te”.
Barbara Ziletti

giovedì 16 giugno 2011

LA SIGNORA DEI GATTI, di Barbara Ziletti






LA SIGNORA DEI GATTI
AUTORE: BARBARA ZILETTI

Era una donna anziana, di bell’aspetto, coi capelli bianchi raccolti sulla nuca, sempre pulita ed in ordine. Nonostante vivesse in campagna il suo abbigliamento era sempre impeccabile.
Viveva da sola, o almeno senza la compagnia di esseri umani.
Da molti anni accoglieva i gatti abbandonati che guidati da un primordiale istinto si recavano sempre da lei, anche camminando per chilometri.
Ormai era passata notizia fra il popolo felino che questa signora accogliesse e curasse ogni sorta di gatto.
Era chiamata da loro Mamma Gatta.
Il suo vero nome era Ofelia, ma mai nessuno la chiamava così.
Al momento la sua famiglia ammontava a 80 gatti, fra cuccioli, anziani, maschi e femmine.
Le persone la aiutavano talvolta con delle offerte di cibo per mezzo delle quali poteva sfamare le sue creature.
Vantava comunque un discreto reddito poiché aveva lavorato tutta la vita come operaia e non avendo mai avuto famiglia aveva potuto risparmiare i soldi per questo suo grande progetto: aprire una casa per gatti.
Si dilettava anche nella raccolta delle erbe medicamentose con le quali poteva curare i suoi docili amici risparmiando così sui farmaci.
Il veterinario comunque, era un suo amico, anche lui in pensione che per due volte la settimana veniva a visitare le povere bestiole gratuitamente.
Poteva ritenersi una donna appagata, anche perché aveva un grande dono…
Solo i gatti conoscevano questo suo dono, nessuna persona ne sapeva nulla.
Il grande dono di Ofelia era saper parlare con gli animali!
Per questo non si sentiva mai sola e quello che riceveva dalle bestiole in amore era impagabile!
Aveva tratto degli insegnamenti di vita magnifici poiché tra il popolo felino vigeva un codice etico morale che includeva il rispetto e l’amore reciproco.
Anche quella mattina si era alzata all’alba, aveva moltissime faccende da sbrigare e doveva fare in fretta perché stava arrivando un bel temporale.
Non avendo né radio né televisione non aveva potuto sentire i notiziari che annunciavano una tempesta in arrivo.
I gatti comunque, da bravi sensitivi non avevano esitato a trasmettere questa informazione alla donna che stava appunto cercando di riparare nella cantina tutte le provviste.
Lei e i gatti si sarebbero nascosti nel rifugio accanto alla casa finchè il tempo non sarebbe migliorato.
Doveva affrettarsi poiché di lontano era nerissimo.
Chiamò le bestiole con un fischio e contandole una ad una prima che entrassero si rese conto che ne mancava una.
Era Domenico, l’ultimo arrivato.
Ricordava ancora il suo arrivo di alcuni giorni addietro. Era magrissimo, non riusciva più a camminare ed aveva la polmonite.
L’aveva tenuto in casa al caldo, zona riservata solo per le emergenze, e gli aveva somministrato le erbe raccolte per sedargli la febbre e il catarro.
Sentiva verso questo gatto un trasporto notevole, avvertiva in lui un senso di pace che mai le era capitato di constatare.
Disse ai gatti di rimanere lì fino al suo arrivo.
Iniziò a chiamarlo a squarciagola ma di lui nemmeno un segno.
Intanto il temporale si stava trasformando in uragano, si intravedeva già il suo nero cono che iniziava a toccare il suolo risucchiando tutto quello che trovava sulla strada.
Quando finalmente lo vide si rese conto che era rimasto bloccato in una trappola che qualche stupido bracconiere aveva lasciato lì. Non essendoci prede da quelle parti, comprese che era stata messa proprio per fare un dispiacere a lei, nella speranza di ucciderle qualche gatto.
La bestiola era esanime, aveva perso molto sangue. Nonostante ciò guardava la donna con i suoi occhioni azzurri e la incitava ad andarsene, a lasciarlo lì.
Non era mai capitato nella sua vita che abbandonasse un animale e non aveva intenzione di farlo proprio ora.
Riuscì ad estrarlo dalla tagliola, lo avvolse nella sua veste e strettolo forte al petto si accucciò dietro una roccia nell’attesa che Madre Natura sfogasse tutta la sua rabbia.
Stretta alla povera bestiola non avvertiva alcuna paura, anzi, riceveva conforto…
Proprio in quel momento l’uragano era a pochi metri da lei…
Miracolosamente si dissolse e sparì. Rimase impietrita, cosa era successo?
Dietro apparvero tutti i gatti che formando un gruppo compatto stavano emanando energia di Amore alle due creature.
In quel momento il gatto spirò. Pianse molto, lo faceva ogni volta che accadeva, perché purtroppo accadeva.
Il cadavere del gatto si fece luminoso, e la sua anima lasciò il corpo pronunciando le seguenti parole:
-Carissima Mamma Gatta, per la tua bontà e per l’amore che dimostri a madre natura l’Universo mi permette di vivere accanto a voi sotto forma di fantasma.
Proprio in quel momento si rese conto che accanto ai gatti in carne e ossa c’erano tutti quelli che erano morti.
C’era Mylli, era arrivato da lei picchiato a morte dai suoi stupidi proprietari, Terzo che era stato arso vivo da un ragazzo malvagio,
Pimpi un piccolissimo micino abbandonato sul ciglio della strada perché periodo di vacanza, Tobi, Melchiorre, Tronchetto…
In realtà non se ne erano mai andati, erano sempre rimasti lì con lei.
Quel giorno, per merito del suo grande coraggio ricevette il dono di vedere anche gli spiriti dei gatti defunti.
Ora era certa di non essere assolutamente sola e la morte non la spaventava per nulla sicura che avrebbe continuato ad essere Mamma Gatta anche sotto forma di spirito!

FINE






La riproduzione parziale o totale della presente opera è libera e incoraggiata purchè non a scopi commerciali e a condizione che venga citato l’autore e che questa dicitura sia riprodotta.
EMAIL: barbaraziletti@libero.itBLOG: http://www.zilettibarbara.blogspot.com/

mercoledì 15 giugno 2011

IL PRETE DI MONTAGNA, di Barbara Ziletti




TITOLO:IL PRETE DI MONTAGNA
Autore: BARBARA ZILETTI

C’era un prete in un piccolo paesino di montagna che si chiamava don Stefano.
Il classico prete con l’abito lungo e nero e il cappello in testa.
Era amato e benvoluto da tutti.
La sua giornata tipo era così: sveglia alle 5, colazione, preghiera, messa alle 6 per le donne del paese.
Poi usciva a passeggiare per il paesello distribuendo un pizzico di gioia a chiunque incontrasse.
Bastava uno dei suoi sorrisi per sentirsi meglio.
Chiunque aveva un problema si rivolgeva direttamente a lui.
Una mattina Mery, una ragazza di diciannove anni lo avvicinò con fare sospettoso.
“Venga padre, entri qui nel pollaio, le devo parlare.”
Don Stefano, stupito dalla sua richiesta pensò a qualcosa di grave.
Entrarono nel pollaio e circondati dalle galline iniziarono a parlare.
“Padre, ho un gravissimo problema”.
“Dimmi cara ragazza, di cosa si tratta?”
“Non saprei da che parte cominciare. Bè ecco.. sono incinta.”
“Ho capito, non mi sembra una cosa così brutta, ti puoi sempre sposare, e chi è il fortunato?”
“Non è così semplice”
“Perché?”
“Beh, vede, l’uomo che si è approfittato di me, senza il mio permesso è sposato ed ha dei figli della mia età. È una persona in vista nel paese, lui mi ha dato dei soldi per andarmene e abortire, ma io non so cosa fare. Sono incinta di quattro mesi, non posso più abortire!”.
“Cara ragazza, cosa ti posso dire? La tua famiglia sa qualcosa?”
“Assolutamente no. Mio padre mi ammazzerebbe e mia madre non mi guarderebbe più, ho tanta vergogna!!”
“Hai qualcuno che ti possa aiutare?”
“Non ho proprio nessuno e non so come fare.”
“Facciamo così: domani vengo a casa tua e parlo con i tuoi genitori”.
“No, la prego padre, non lo faccia, mi cacceranno di casa e non saprei dove andare.”
“Non preoccuparti. Dio vede e provvede sempre. Ora stai tranquilla e vai a casa. Ci vediamo domani.”
La ragazza se ne andò piangendo.
Poco lontano Maria, la pettegola del paese, passando li vide uscire dal pollaio e la sua fantasia iniziò a galoppare..
Li aveva già visti amanti e dato che il prete era un bell’uomo aveva già deciso che il loro era stato un incontro amoroso.
Corse subito a riferirlo a chiunque incontrasse per il paese, quando una notizia può danneggiare qualcuno, le malelingue la fanno circolare velocemente..
Dopo nemmeno due ore in tutto il paese non si parlava d’altro e i genitori di Mery la stavano aspettando furiosi.
quando la ragazza rientrò iniziarono ad inveire contro di lei senza darle nemmeno il tempo di spiegarsi e nel giro di mezz’ora venne buttata fuori casa.
Non sapendo dove andare si recò da don Stefano.
Gli raccontò tutto e lui pensò alla soluzione migliore per entrambi.
Il giorno dopo era domenica e la chiesa era gremita.
Quando entrò nel luogo sacro le persone iniziarono a borbottare.
Si fece coraggio ed iniziò la santa messa. Quando fu il momento dell’omelia spiegò tutta la verità e le persone rimasero esterrefatte.
Con la semplicità e la chiarezza, ma soprattutto coraggio e sangue freddo, aveva detto loro la pura e semplice verità.
Il sindaco, persona benestante del paese, si alzò in piedi e cominciò a dare del bugiardo al prete.
Accanto a lui la moglie non faceva altro che dare della poco di buono alla ragazza che dalla sacrestia fece capolino e disse:
“Terminata la messa, fuori, vi spiegherò tutto”.
Terminarono la messa ed uscirono nella piazzetta.
Lei era lì, circondata dalla folla ed iniziò a spiegare.
“Dovete sapere che è stato proprio il sindaco ad approfittarsi di me! E lo ha fatto contro la mia volontà! Ma io non abbandonerò la mia creatura per questo.
Don Stefano mi ha offerto un lavoro qui in parrocchia, ed ho intenzione di accettarlo, almeno finchè il bimbo non sarà cresciuto. Nessuno di voi si è preso la briga di chiedermi come ssiano andate le cose.
Siete tutti cattivi e pieni di pregiudizi. Dovreste imparare la bontà dal vostro parroco, non meritate una persona così buona.”
Il sindaco prese la moglie per il braccio e la trascinò via. Nessuno più li vide.
Tutti volevano bene a Mirko, il bambino a cui Mery aveva permesso di venire al mondo e di cui non si era mai pentita.
Anche i nonni erano fieri di lui.
Da grande Mirko avrebbe preso il posto di don Stefano, sarebbe diventato sacerdote.
Chi meglio di lui conosceva la compassione?

FINE




Se desiderate condividere con altri questo scritto lo potete fare non dimenticando di citarmi come autrice e lasciando invariata la forma e il contenuto.
Barbara Ziletti

VERDULANDIA di Barbara Ziletti








Ora che l'estate sta arrivando voglio proporvi la lettura dei miei racconti, ecco il primo:








TITOLO: VERDULANDIA
AUTORE: BARBARA ZILETTI



Chi ha detto che la fantasia non esiste più?
Chi ha detto che i sogni debbano essere infranti?
Chi ha detto che il nostro mondo è brutto e terribile?
Chi detiene il potere assoluto di affermare tutto ciò?
LA TELEVISIONE…

Un giorno come tanti altri Marzia stava guardando la televisione, i suoi programmi preferiti erano i cartoni animati.
Purtroppo non i classici di una volta, con un filo logico e una morale interessante, ma quegli schifosi cartoni pieni di parolacce.
È con questi che le industrie commerciali gestiscono i bambini.
Quel giorno stavano trasmettendo un episodio nuovo di ESPLOSIONI SPAZIALI.
Mentre divorava i suoi pop-corn davanti allo schermo (avrebbe ingurgitato di tutto senza nemmeno rendersene conto)sentì un grande boato e si ritrovò circondata da una luce bianca.
Non si rese nemmeno conto di quello che le stava accadendo: era finita nel televisore, trasformata in una eroina di quell’episodio:
GRANDE MARZIA o GM.
Dallo schermo osservava le migliaia di bambini che a loro volta stavano guardando la TV.
Sembravano un esercito di robot.
Le loro mamme gridavano, parlavano, si affannavano in ogni modo per comunicare con loro, ma per risposta, come zombie continuavano imperterriti ad osservare lo schermo.
In quell’istante si rese conto dello strano potere ipnotico che la televisione deteneva.
Mentre formulava questi pensieri un peperone rosso gigante le stava lanciando delle palle infuocate.
Era in atto una guerra fra gli abitanti della Terra (di cui lei era la rappresentante, o regina) e le verdure.
Da sempre le verdure erano nemiche dei bambini, loro le detestavano, e a mano a mano che questo odio cresceva queste acquisivano potere.
Ora erano quasi invincibili.
Marzia iniziò a fuggire non sapendo cosa altro fare.
Si nascose in una grotta, nel sottosuolo e lì vi rimase per un po’ di tempo.
Nel frattempo le verdure si erano impadronite del pianeta cercando di sottomettere gli abitanti.
Queste si erano esercitate di nascosto a prepararsi come dei veri soldati, con tanto di addestramento ed ora erano riuscite a conquistare la Terra.
Come era stato possibile?
Ogni volta che un bambino si sedeva davanti allo schermo permetteva che altri (in questo caso i cartoni) usassero la fantasia al loro posto.
Ogni bambino che non usava la fantasia permetteva alle verdure di prendere potere.
Con le migliaia di bambini davanti agli schermi non avevano impiegato molto tempo per diventare invincibili.
Ora tutte le persone lavoravano come schiave e il pianeta era stato rinominato VERDULANDIA.
Non sapendo cosa altro fare Marzia iniziò a scavare nel sottosuolo finchè si ritrovò dall’altra parte della Terra.
Qui il paesaggio era ben diverso: era circondata da una distesa erbosa, di erba gialla e secca, pochi alberi qua e là e molti animali selvaggi.
Era nella savana africana.
Non c’erano televisori e i bambini giocavano fra di loro spensieratamente.
D’improvviso fece un balzo perché un piccolo bimbo di colore le stava picchiettando la spalla.
Disse qualcosa ma lei non riusciva a comprenderne il linguaggio.
Allora la prese per mano e la portò accanto ad un cespuglio di bacche rosse e le fece cenno di mangiarne una.
Con molto timore la raccolse, non appena l’ebbe inghiottita si ritrovò a comprendere e parlare perfettamente la lingua del piccolo:
-Ciao, sono Wapi, tu chi sei?
-Ciao, sono GM Grande Marzia, ma mi puoi chiamare semplicemente Marzia.
-Cosa ci fai qui nella savana africana? Da dove arrivi?
-Sinceramente non so proprio cosa risponderti, stavo scavando per fuggire dal mio mondo e mi sono ritrovata qui.
-Perché fuggivi?
-Perché le verdure si stanno impossessando di questo pianeta e io devo riuscire a trovare una soluzione.
-Cosa sono le verdure?
-Ma come, tu non le conosci? E di cosa vi nutrite?
-Di carne e di insetti, a volte di bacche, qui non c’è niente altro.
Marzia spiegò brevemente cosa fossero le verdure e tutto ciò che le era accaduto, mentre Wapi rimaneva estasiato ad ascoltarla.
Una cosa sola non era riuscito ad immaginarsi: che cosa fosse una televisione!
Aveva compreso solo che era una grossa scatola contenente delle persone piccole piccole e nella sua innocenza non riusciva a comprendere che tipo di minaccia potesse rappresentare per l’umanità intera.
Una scatola che conquista il pianeta?
Stentava a crederci e la ritenne una cosa buffa.
Anche Marzia pensandoci si rese conto che nel tempo le persone avevano attribuito ad essa troppo valore.
La TV stabiliva la moda, i valori, dispensava notizie, vere o false che fossero, insomma la TV dirigeva la vita di ogni individuo.
Era una cosa assurda.
Wapi interruppe i suoi pensieri e le fece cenno di seguirlo.
Si stava facendo sera e attorno ad un falò c’erano molti bambini con un anziano che raccontava storie.
I bambini erano affascinati dai suoi racconti.
Marzia si sedette accanto a loro ed ascoltò…
“ C’era una volta in un luogo molto lontano un popolo di bianchi che pur avendo a disposizione molto cibo lo sprecava.
Il cibo che essendo vivo vedeva tutto, non comprendeva perché queste persone non lo utilizzassero e si sentiva inutile.
Allora decise di osservarli meglio.
Si sedevano sempre ad un tavolo di legno a fissare una buffa scatola contenente dei piccoli ometti che raccontavano loro un mucchio di frottole, come ad esempio come vestirsi, come comportarsi, annunciando notizie catastrofiche e poco veritiere..
Essi credevano a tutto ciò che vedevano e sentivano senza mai metterlo in dubbio.
Col tempo questa scatola era divenuta una specie di “oracolo sacro”, avrebbero fatto qualsiasi cosa pur di entrarvi dentro, anche per un solo istante.
Il cibo che per pigrizia veniva estratto da altre grandi scatole congelate veniva infilato direttamente nei forni, così il tempo poteva essere impiegato per guardare la scatola sacra.
Quel cibo che la natura aveva messo loro a disposizione e che non veniva mai utilizzato si chiamava frutta e verdura.
I bambini non sapevano cosa fosse perché i genitori non avevano mai spiegato loro la sua importanza e col tempo se ne scordarono.
Fu così che la verdura per attirare la loro attenzione decise di entrare nella “scatola sacra” e lentamente cominciò il lavoro di conquista del mondo.”
In quell’istante a Marzia fu tutto chiaro.
Doveva ritornare per salvare la Terra, doveva gridare al mondo di nutrirsi di verdure e frutti, soprattutto ai bambini, solo in questo modo i vegetali stessi si sarebbero sentiti gratificati e avrebbero smesso di ribellarsi.
Ritornò nel luogo dove aveva scavato la buca, vi entrò e si ritrovò sul proprio divano.
Aprì lentamente gli occhi e si rese conto di avere sognato.
Allora era questa la fantasia?
Era qualcosa che la sua mente era in grado di creare e l’aveva trovato anche piacevole.
Da quel giorno non accese più la TV ed iniziò a leggere molti libri e naturalmente costrinse la mamma a cucinarle la verdura che da quel momento non mancò più dal tavolo della cucina!
Non permettete di dare troppo potere ad una “scatola”, ma utilizzate una cosa che è GRATIS: la fantasia!

FINE

La riproduzione parziale o totale della presente opera è libera e incoraggiata purchè non a scopi commerciali e a condizione che venga citato l’autore e che questa dicitura sia riprodotta.
EMAIL: barbaraziletti@libero.it
BLOG: http://www.zilettibarbara.blogspot.com/

domenica 12 giugno 2011

POESIA






Sono qui, sola nella stanza,
il buio mi avvolge,
grido disperata che qualcuno venga in mio soccorso,
il silenzio è profondo,
la mia anima scalpita,
dove sono finita? In quale dimensione?
Prego all’Universo di venirmi incontro,
di mandarmi un segno,
riuscirò ad amarmi?
Riuscirò a rinascere?
Una pace mi avvolge,
è l’Amore, è lui che viene in mio aiuto,
è lui a cui mi aggrappo,
l’Amore per me stessa.

Anonima

venerdì 3 giugno 2011

IL TURISTA E IL PESCATORE






Il turista ed il pescatore




Sul molo di un piccolo villaggio messicano, un turista si ferma e si avvicina ad una piccola imbarcazione di un pescatore del posto. Si complimenta con il pescatore per la qualità del pesce e gli chiede quanto tempo avesse impiegato per pescarlo.
Pescatore: ´Non ho impiegato molto tempo´Turista: ´Ma allora, perché non è stato di più, per pescare di più?´
Il messicano gli spiega che quella esigua quantità era esattamente ciò di cui aveva bisogno per soddisfare le esigenze della sua famiglia.
Turista: ´Ma come impiega il resto del suo tempo?´Pescatore: ´Dormo fino a tardi, pesco un po, gioco con i miei bimbi e faccio la siesta con mia moglie. La sera vado al villaggio, ritrovo gli amici, beviamo insieme qualcosa, suono la chitarra, canto qualche canzone, e via così, trascorro appieno la vita.´
Turista: ´La interrompo subito, sa sono laureato ad Harvard, e posso darle utili suggerimenti su come migliorare. Prima di tutto lei dovrebbe pescare più a lungo, ogni giorno di più. Così logicamente pescherebbe di più. Il pesce in più lo potrebbe vendere e comprarsi una barca più grossa. Barca più grossa significa più pesce, più pesce significa più soldi, più soldi più barche! Potrà permettersi un´intera flotta!!
Quindi invece di vendere il pesce all´uomo medio, potrà negoziare direttamente con le industrie della lavorazione del pesce, potrà a suo tempo aprirsene una sua. In seguito potrà lasciare il villaggio e trasferirsi a Mexico City o a Los Angeles o magari addirittura a New York!! Da lì potrà dirigere un´enorme impresa!...
Pescatore: ´ma per raggiungere questi obiettivi quanto tempo mi ci vorrebbe?´Turista: ´25 anni forse´ Pescatore: ´....e dopo?´ Turista: ´Ah dopo, e qui viene il bello, quando i suoi affari avranno raggiunto volumi grandiosi, potrà vendere le azioni e guadagnare miliardi!!!!!!!
Pescatore:´...miliardi?.......e poi?´Turista: ´Eppoi finalmente potrà ritirarsi dagli affari, e concedersi di vivere gli ultimi 5/10 anni della sua vita in un piccolo villaggio vicino alla costa, dormire fino a tardi, giocare con i suoi bimbi, pescare un po´ di pesce, fare la siesta, passare le serate con gli amici bevendo e giocando in allegria!´

Riflessioni personali:
la maggior parte delle persone vive per lavorare, per accumulare, per il superfluo...
i saggi lavorano per vivere, senza accumulare, senza disperdere le proprie energie rincorrendo il superfluo...
i primi muoiono senza aver vissuto, i secondi vivono ogni giorno l´essenza della vita...

Un abbraccio di Luce
Buon fine settimana
Giuseppe Bufalo
http://wpop3.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=dP6LjOkWVbGLvz/co5T161rbzpEdLnwgRwRg186jHyxqtIShflhpikPNK7QGvcCnIlI98mCYE9s%3D&Link=http%3A//lucideimaestri.altervista.org/

mercoledì 1 giugno 2011

AMORE DI SE, di Barbara Ziletti





AMORE DI SE

Alcune volte nella vita, chi più chi meno, ci siamo ritrovati “col sedere per terra”.
Scusate questo termine un poco ortodosso ma è la metafora che più rende l’idea.
Quando iniziamo a sprofondare nelle tenebre ci sembra di vedere attorno a noi persone a cui va tutto bene…
I primi momenti provavo rabbia verso di esse, poi ho iniziato a riflettere ed osservarle, se a loro le cose andavano meglio che a me, forse avevo qualcosa da imparare.
Ho smesso di invidiarle ed ho iniziato ad ammirarle.
Ho saputo trarre il meglio dalle peggiori persone esistenti su questa Terra, ho saputo trarre il peggio da quelle migliori, ma faticavo ancora a trarre il meglio dalla persona più difficile: me stessa.
Come si può ottenere il meglio da se stessi?
Non è una cosa che insegnano nelle scuole o ai corsi perché fino a quando non sei pronto e aperto alle percezioni anche se la risposta ti arrivasse non saresti in grado di comprenderla e passerebbe inosservata.
Ecco perché arrivano i momenti bui: ci costringono a rallentare, talvolta ci fermano completamente e ci aiutano a pensare.
Dobbiamo iniziare a distinguere quelli che sono i nostri pensieri da quelli della mente.
La mente sa essere molto imbrogliona e ingannatrice, vorrebbe sempre dominare il cuore e l’anima, ma non ci riuscirà mai, se non per brevi periodi.
Io sto imparando, e credo che lo farò per il resto di questa vita terrena, a sedare il chiacchiericcio interiore, quello che ti dice di avere paura, che non ce la farai, che non vali nulla, che sei sfortunato, che c’è qualcuno che vuole farti del male…insomma la mente ti vuol far credere che tutto proviene da fuori e che tu sei la vittima.
Non è così.
Quando inizi a comprendere che tutto ciò che hai è tutto ciò di cui necessiti, quando inizi ad accontentarti, quando inizi a non desiderare e ti lasci cullare dalla fede, allora stai iniziando ad amarti.
Solo allora la mente si calmerà e comprenderà che il cuore ha preso il sopravvento.
È una bella vittoria.
Dobbiamo imparare a non lamentarci più, qualsiasi cosa accada perché le lamentele nutrono quel lato oscuro che sta dentro di noi.
Dobbiamo imparare ad essere grati di ogni giorno che nasce perché siamo qui ed abbiamo la possibilità di fare milioni di cose, ma non cose che ci rendono persone importanti, cose semplici quotidiane che danno sapore alla vita.
Tante persone sono alla ricerca della fama, del successo, della gloria, ma a cosa serve se non sanno amare?
Vi sembrerà una frase fatta, una frase per consolare chi ha poco, ma credetemi ho trovato più felicità in chi ha poco rispetto in chi ha tutto.
Il risveglio spirituale avviene in modo graduale, costante, lento, e continua per il resto della nostra vita.
Nessuno è più avanti di un altro, tutti siamo sulla stessa barca.
Cerchiamo risposte in chissà quale luogo, attraverso chissà quale viaggio, attraverso percorsi difficili, complessi e non ci accorgiamo di ciò che abbiamo sotto il naso.
Immersi nella nostra ricerca di chissà quale soluzione non ci accorgiamo dei nostri bimbi che crescono, dei fiori che sbocciano, dei colori che ci circondano, delle persone che ci stanno accanto…siamo come ipnotizzati.
Personalmente, il risveglio spirituale non credo che si trovi nella meditazione trascendentale o nei corsi che ti forniscono diplomi, o nel titolo accademico, il risveglio spirituale avviene nel momento in cui ti affidi alla vita e lasci che lei provveda a te e non tu a lei.
Ecco allora che inizierai le tue “lotte” con un tono diverso, con un sentimento diverso e le persone attorno a te si fermeranno ad ascoltarti perché tu saprai farti ascoltare.
Ormai nella nostra società una persona che urla, che vuole dominare passa inosservata perché così sono la stragrande maggioranza di noi, la persona che fa effetto e che attira l’attenzione è quella che parla con calma, con dolcezza, quella che sa parlare di se non nascondendo le proprie debolezze, mettendosi in discussione in prima persona.
Quando sentirai di avere compreso e crederai di essere arrivato a destinazione, non fermarti, perché il tuo treno è appena partito.

Barbara Ziletti